Una lezione da Piombino
Dopo l’invito di Papa Francesco ai nostri governanti di occuparsi del caso delle acciaierie di Piombino, la soluzione del problema è passata al governo che ieri ha firmato un accordo di programma con la regione Toscana. Lo stato e la regione spenderanno rispettivamente 70 milioni di euro per il piano di rilancio del sito siderurgico, che ieri ha spento l’altoforno. Tuttavia sarebbe sbagliato supporre che Renzi, occupandosi del caso, interferisca con la politica industriale tanto da violare i princìpi dell’economia di mercato, dato che Lucchini è un’azienda privata.
14 AGO 20

Dopo l’invito di Papa Francesco ai nostri governanti di occuparsi del caso delle acciaierie di Piombino, la soluzione del problema è passata al governo che ieri ha firmato un accordo di programma con la regione Toscana. Lo stato e la regione spenderanno rispettivamente 70 milioni di euro per il piano di rilancio del sito siderurgico, che ieri ha spento l’altoforno. Tuttavia sarebbe sbagliato supporre che Renzi, occupandosi del caso, interferisca con la politica industriale tanto da violare i princìpi dell’economia di mercato, dato che Lucchini è un’azienda privata. Finora infatti il salvataggio era stato lasciato alle iniziative sindacali e comunali, e si è solo perso tempo. Il commissario Piero Nardi, che gestisce il destino del gruppo, ha poi ottenuto una cassa integrazione straordinaria non solo per 2.000 operai piombinesi, ma anche per altri 485 dello stabilimento triestino di Servola, per 94 di Condove in Piemonte, 85 di Lecco, e 32 degli uffici di Brescia. E anche per altre aziende il governo interviene, comunque, con la cassa integrazione in attesa che si facciano o meno le ristrutturazioni. Talora, come nel caso di Alitalia, tutti i ministeri che si sono succeduti, hanno dedicato grande attenzione al caso, operando con mediazioni e incentivi di vario genere. A volte invece lo stato si è limitato a nominare un commissario disinteressandosi del resto ma continuando a pagare con l’immancabile cassa integrazione straordinaria.
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E’ il caso dell’Ilva di Taranto dove il governo lascia che il commissario Enrico Bondi cerchi le soluzioni, ma concede senza esitare gli ammortizzatori. E poi c’è una lista di aziende che ne hanno fruito senza risultati positivi, da Italtel, a Zucchi, a Seat, a Pininfarina e che ora confluiranno nella “bad bank” creata da Unicredit e Intesa Sanpaolo. Sorge così la questione se abbia senso continuare in questa politica del sussidio, semiocculta, che costa al contribuente, interferisce con il mercato (gli investitori esteri non abboccano) ma non risolve nulla. Negli Stati Uniti, paese a economia libera, il governo non s’è vergognato di intervenire in misura massiccia nel settore automobilistico senza sperperare il denaro pubblico in mille rivoli. Certo, là si possono fare i contratti aziendali, non esistono l’articolo 18 e la cassa integrazione. Che cosa manca a noi per agire in modo analogo oltre a queste riforme?